Riveduta e corretta

Patrioti russi

Verso la metà del tredicesimo secolo i territori nordoccidentali della Russia erano minacciati dall’espansione teutonica. Il principe Aleksandr raccolse un esercito di cavalieri e di contadini e respinse l’invasore in un’epica battaglia sul lago ghiacciato di Peipus.

Nel 1938 Ėjzenštejn, uno dei più influenti registi cinematografici della storia, girò un film che narra le gesta del principe; Sergej Prokof’ev fu incaricato di comporre la colonna sonora, dalla quale poi trasse la cantata dal titolo “Aleksandr Nevskij”.

A coloro che in questi giorni discutono su come boicottare la cultura e la lingua russe, propongo invece di ascoltare quel brano della cantata che segue l’episodio della battaglia sui ghiacci: non conosco nulla che trasmetta in modo più vivido la desolazione lasciata dalla guerra.

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Vaccino? Non ci va

“Ciao. Ehi, ti vedo bene!”
“No, guarda, sono uno straccio.”
“Ma ti stai riprendendo, no? Dài, raccontami.”
“Che cosa vuoi che ti dica… è stata dura. Tutti quei giorni in ospedale. Ma non mi sono mai scoraggiato: sono sempre stato convinto che ce l’avrei fatta.”
“E com’era in ospedale? Erano organizzati bene?”
“Mah, sì, eravamo in tanti… cioè: tanti pazienti. Tantissimi. Ma il personale si dava un gran da fare. Purtroppo non tutti ne sono usciti come me.”
“E ti hanno detto qualcosa? Voglio dire…”
“Ah, sì. Nulla di particolare, mi hanno solo lasciato intendere che avrei fatto meglio a vaccinarmi. Io non ho risposto niente, non mi andava di essere sgarbato, e poi come ti ho detto hanno sempre lavorato bene. Be’, insomma, hanno fatto il loro dovere.”
“Hai detto che eravate in tanti? E riuscivano lo stesso a seguirvi tutti?”
“Era proprio il momento del picco. Avevano occupato quasi tutto l’ospedale, io ero in quello che normalmente è il reparto di medicina generale.”
“Càspita! E come hanno fatto a svuotare un reparto? Dove li hanno messi tutti gli altri pazienti?”
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Quiminale

Quando Berlusconi è stato proclamato ufficialmente candidato al ruolo di Presidente della Repubblica, come prima cosa mi sono visto balenare davanti la pletora di articoli che, una decina d’anni fa, avevo incentrato sulla sua abietta figura.

Uno dei primi flash è stato il seguente passo: “Berlusconi ha più vite di un Terminator, e quando sembra spacciato è capace di ricominciare a strisciare aggrappandosi con i denti alle gambe delle sedie”. Certamente quando lo scrivevo avevo ben chiaro il suo significato, ma sinceramente non avrei immaginato di ritrovarmi a riesumarlo più di due lustri dopo la sua pubblicazione.

D’altra parte uno degli ultimi articoli in cui nominavo il lestofante ne preannunciava distopicamente la risurrezione, e il suo agghiacciante vangelo, che risale all’anno precedente, termina tristemente con il popolo che prega invano di essere liberato dall’incomoda presenza.

Mi sembra inutile ora l’articolo in cui mi soffermavo dettagliatamente sui suoi crimini quasi quanto quello in cui cercavo, per l’ennesima volta, di dissuadere un suo elettore dal votarlo. E mi sembra attuale invece quello in cui paventavo la possibilità di finire in galera per vilipendio al Capo dello Stato, nel caso in cui lo Stato scegliesse come vile capo il poco onesto statista di cui sopra.

Ma ora basta guardare al passato: rivolgiamoci al futuro, e poniamoci una semplice domanda: avremo un criminale al Quirinale?

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L’emissario dal mondo oscuro

Il mondo da cui provengo, e al quale non farò ritorno, è avvolto nell’oscurità. Un vasto spazio buio e vuoto, punteggiato qua e là da fiochi punti caldi e densi, lontano dai quali nessuna forma di vita conosciuta può sussistere.

A lungo la mia stirpe ha ignorato l’esistenza di mondi paralleli: l’ha immaginata, certo, l’ha vagheggiata in infinite forme e varianti, ma solo in tempi recenti ne ha avuto la prova. Anche allora, però, quel nuovo mondo è rimasto avvolto nel mistero. Sembrava che non ci fosse modo di conoscerlo, di entrare in relazione con esso: sapevamo che esisteva, anzi che coesisteva con il nostro mondo, nello stesso spazio fisico; sapevamo che era molto più vasto del nostro, e che a differenza di esso non era concentrato in piccoli insignificanti punti densi, ma distribuito più uniformemente in uno spazio immenso; sapevamo infine che non vi era alcuna possibilità di contatto, o meglio così credevamo. Non potendo vederlo, questo mondo era stato chiamato “oscuro”. Mai un nome fu scelto in modo meno appropriato!

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Look: dawn

L’argomento di questo articolo è il lockdown programmato come soluzione permanente alla crisi sanitaria in atto. Permettetemi però una breve premessa.

Forse avrete già capito che sono contrario all’abuso di anglicismi, da cui la lingua italiana è ogni giorno più contaminata. Ciò non significa ovviamente che io disprezzi la lingua inglese o la sua letteratura, tutt’altro. Giusto poco tempo fa l’intervento del virus, a cui ho dato spazio su queste pagine, con i suoi richiami alle estinzioni di massa mi ha fatto ripensare ad un suggestivo sonetto di Shelley: Ozymandias. Se non lo conoscete, potete trovarlo qui (una traduzione è disponibile in fondo all’articolo nella sezione dei commenti). L’argomento è il crollo di un antico, potente impero e del suo superbo sovrano; al viandante attonito non resta ora da ammirare altro che qualche frammento di un’enorme statua in mezzo al deserto. Sul piedistallo, se non ricordo male, si possono ancora leggere le parole: “Andrà tutto bene”.

Tornando agli anglicismi, devo ammettere che a volte anch’io mi arrendo. Quando uno di essi entra nell’uso quotidiano, a meno che non sia proprio orripilante, può essere che anch’io finisca per utilizzarlo. Ad esempio la parola “lockdown” è passabile: ha un che di cupo e opprimente che le permette di trasmettere in modo particolarmente efficace il proprio significato. Per questo ora parlerò finalmente di lockdown.
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La nuova nascita

L’autore di questa breve memoria, scritta inizialmente per essere diffusa solo nell’ambito di una ristretta cerchia di conoscenti, a seguito delle mie ripetute e insistenti richieste ne ha consentito la pubblicazione a condizione che non fosse possibile risalire alla sua identità o a quella degli altri protagonisti della narrazione. Per questo motivo sono stati soppressi o sostituiti tutti i nomi di luoghi o persone che ne avrebbero potuto permettere l’identificazione.


     Oggi sono in pochi a ricordare il nome di Saverio T., ma ci fu un tempo in cui quasi tutti nel nostro paese, che pure non è poi così piccolo, lo conoscevano bene. Ancora non molti anni fa il suo caso veniva citato da persone che non avevano mai incontrato Saverio di persona (negli ultimi tempi aveva adottato uno stile di vita piuttosto riservato e trascorreva spesso le sue giornate senza uscire di casa), ma che erano state molto colpite dai racconti che circolavano circa le ultime ore della sua vita terrena. Tali racconti si differenziavano tra di loro, è vero, per diversi dettagli: secondo alcuni ad esempio era stato proprio Saverio a far chiamare don Luigi B., all’epoca parroco nella nostra comunità; secondo altri invece l’iniziativa era stata di un suo conoscente, e Saverio si era inaspettatamente trovato il sacerdote al capezzale. Tutti concordavano tuttavia sul fatto centrale della vicenda: Saverio T., assiduo frequentatore in gioventù di ambienti anarchici, ateo dichiarato e soprattutto convinto anticlericale, sul letto di morte fece esplicita richiesta di ricevere i Sacramenti.
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La dilapidazione dei pani e dei pesci

Un paio di anni fa ai lettori di Bue punto zero è stata proposta l’affermazione secondo cui il problema più grande che gli abitanti del pianeta Terra hanno di fronte è lo squilibrio nell’accesso alle risorse essenziali per il sostentamento. Questa ardita proposizione era stata debolmente sostenuta con un riferimento alle esternazioni del World Economic Forum, la cui opinione in generale immagino non interessi a nessuno. Mi aspetto invece che, nel caso medio, la reazione all’affermazione proposta sia: può essere, ma –ammesso che ce ne siano– i problemi riguardano solo quelli che stanno dalla parte sbagliata dello squilibrio, quindi chissenefrega.

Qualcuno un po’ più illuminato potrebbe paventare tumulti, rivolte, conflitti, atti terroristici, migrazioni di massa, che a lungo andare estenderebbero il loro impatto anche su chi si trova dalla “parte giusta”. Questa eventualità per quanto realistica non rende giustizia alla complessità e alla gravità della situazione, e per questo vorrei ora argomentare l’affermazione iniziale affrontandola non genericamente da un punto di vista etico o sociale, ma da un punto di vista molto più specifico: quello ecologico.
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COstretti a VIvere Distanti

Potrebbe essere, almeno sul medio termine, la rivincita dei misantropi.

Ci fu il tempo dei cacciatori-raccoglitori, e quello era il loro eden: se ti andava, potevi passare settimane in perfetta beatitudine senza quasi incontrare anima viva. Poi sorsero l’agricoltura e l’allevamento, attorno a cui crebbero centri abitati sempre più popolosi. I misantropi allora guardavano con disgusto a quei maleodoranti agglomerati, e avevano le loro buone ragioni: malattie infettive di ogni sorta ivi prosperavano e si moltiplicavano. Come se non bastasse, la stretta vicinanza con noi bovini e altri quadrupedi, stipati in angusti letamai, favoriva il passaggio di morbi sempre più temibili da noi all’uomo (senza che ne avessimo la benché minima responsabilità, ovviamente).
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Carenza di anticorpi

Una caratteristica fondamentale degli anticorpi è quella di attivarsi in maniera rapida e spontanea quando c’è bisogno di loro, senza aspettare l’assenso del sistema nervoso centrale. Quest’ultimo potrebbe essere addormentato, concentrato su altre attività, o semplicemente molto pigro, ma in un organismo sano la risposta immunitaria ad un patogeno avverrebbe ugualmente e con la stessa efficacia.

Che cosa accadrebbe invece se al contrario prima di attivare le difese immunitarie ciascuno di noi dovesse attendere di prendere coscienza della situazione e deliberare poi una serie di contromisure? La risposta è facile: l’infezione avrebbe buon gioco nel diffondersi capillarmente, e gli interventi messi in campo per arginarla sarebbero tardivi e quasi del tutto inefficaci.

Quest’ultima frase purtroppo riflette esattamente quanto è successo in questi mesi in gran parte delle nazioni del pianeta, mettendo a nudo negli organi responsabili della prevenzione su larga scala un dilettantismo a dir poco disarmante.
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