Un panorama inquietante (prima parte)

Panorama: Il mondo alla rovescia

Dopo aver parlato per linee generali di marionette e di prostituzione intellettuale, è il momento di entrare nei dettagli. C’è una cosa che –i lettori più attenti lo avranno notato– ho omesso di spiegare: come si riconoscono? Lo illustrerò con degli esempi. Ma devo avvisare che, essendo i prostituti qui rappresentati nell’atto di prostituirsi, la lettura è sconsigliata ai minori e alle persone particolarmente sensibili.

Lo spunto per questo articolo nasce dal ritrovamento casuale sul sedile di un mezzo pubblico di una copia del settimanale Panorama, per la precisione l’edizione del 19 ottobre 2011. L’istinto iniziale di gettare lo spregevole fascicolo nella raccolta della carta straccia è stato superato dal balenare improvviso di un’idea: conservarlo per l’edificazione delle generazione future, che quasi certamente stenteranno a credere che tutto ciò che i bisnonni racconteranno sia accaduto davvero.

Approcciare un simile reperto senza pregiudizi è indubbiamente difficile. Basta sfogliare le prime pagine per trovare, in rapidissima sequenza, i nomi (e in molti casi anche le sagome a colori) di Giorgio Mulè, Giuliano Ferrara, Augusto Minzolini, Bruno Vespa. Basterebbe già questo a indisporre anche il lettore più benevolo. Ma più avanti, aristocraticamente separato dalla marmaglia, fa la sua apparizione anche Vittorio Feltri, chiudendo indegnamente la raccapricciante cinquina e stroncando anche gli stomaci più forti.

Anche senza essere prevenuti, che un inganno si annidi tra le righe e che quindi la rivista non meriti di essere considerata attendibile lo si capisce da una semplice e superficiale constatazione: in copertina campeggia una ieratica raffigurazione di Steve Jobs, ma all’interno non si parla affatto di Steve Jobs. La copertina è solo uno specchio per allodole. Quali siano i veri contenuti lo scopriremo tra pochissimo.

Marionetta numero uno, il direttore che firma l’editoriale è forse fra tutti l’esempio più lampante di prostituzione intellettuale. Il padrone ordina di delegittimare la magistratura? Lui obbedisce, testa bassa, senza il minimo tentativo di mascherare le malevole intenzioni. La tecnica applicata dal direttore è ispirata al seguente sordido principio: quando vuoi far passare come normale o addirittura lodevole tutto ciò che è abnorme e intollerabile, specularmente devi sforzarti di far passare come abnorme e intollerabile ciò che è ordinario o meritorio.

Leggiamo quindi a pagina 21: “La giustizia italiana è ormai una «Corrida»”, “Magistratura, addio credibilità”, “dilettanti allo sbaraglio”. Come vengono argomentate queste affermazioni? Citando quattro “casi clamorosi” che dovrebbero addirittura, nelle intenzioni dello scrivente, dimostrarle.

Il primo “caso” è l’assoluzione in appello per due imputati dell’omicidio Kercher. Mulè ipotizza addirittura che si possa lodare il coraggio della corte, quindi fin qui tutto bene. In effetti se la sentenza di appello fosse sempre uguale a quella di primo grado, non servirebbe neppure fare l’appello. Che cosa c’è che non va allora? Ecco che il sagace editorialista gioca la sua carta sottoponendo al lettore una domanda apparentemente insulsa (dimenticando tra l’altro di concluderla con il punto interrogativo): “Come la mettiamo se il giorno successivo il presidente della corte afferma: «Questa è la verità processuale, non quella reale. Che può essere diversa. Certamente Rudy sa quello che è accaduto e non l’ha detto. Forse lo sanno anche i due imputati, ma a noi non risulta»”. Fine del primo caso: Mulè non risponde e non spiega il senso della domanda. Questa sarebbe forse, secondo la marionetta, una dimostrazione lampante del fatto che i dilettanti allo sbaraglio della corrida della giustizia italiana hanno perso ogni credibilità. In realtà è difficile immaginare una dichiarazione più onesta di quella citata: la verità giuridica del processo è che non ci sono elementi per condannare gli imputati; che cosa sia successo davvero, se chi sa non parla, non lo potremo mai sapere. Ma i disonesti non sopportano l’onestà, e come Adim Er trasformano in sterco tutto l’oro che toccano.

Seguono cenni sui casi Scazzi, Tarantini, via D’Amelio, tutti accomunati dal fatto che diversi organi con diverse competenze (tribunali, procure, cassazione) esprimono pareri difformi tra loro. Lungi dall’essere un sintomo di degenerazione, questa constatazione rappresenta invece una conferma dell’indipendenza e dell’autonomia di quei magistrati che svolgono il loro mandato interpretando e applicando leggi e procedure alla luce della loro coscienza personale senza farsi influenzare dai giudizi altrui. Ma i servi, abituati a pensare all’unisono i pensieri di un’unica persona, evidentemente non possono comprendere che questa libertà sia un valore, e la denigrano.

Niente di meglio dunque per delegittimare la magistratura? Possibile che sia tutto qui, che non si trovi qualche caso più gustoso per soddisfare le brame del padrone? Non proprio: al direttore sarebbe bastato sfogliare le bozze del suo stesso giornale per trovare un esempio adattissimo allo scopo. A pag. 100 infatti si parla di un giudice corrotto. Che cosa può umiliare la certezza del diritto, pilastro del nostro vivere civile (sono parole di Mulè) più di un giudice corrotto? Più di una deviazione dolosa della regolare attività forense? Peccato che in quell’articolo l’attenzione sia posta su un altro aspetto, molto più tecnico: se cioè la sentenza viziata da corruzione sia da considerarsi in ogni caso nulla, come se non fosse mai esistita, o se sia necessario alla parte lesa, per ottenere una rettifica, presentare formale domanda di revoca. Ecco il cerchio che si chiude: mentre i magistrati che fanno il loro lavoro con onestà (talvolta anche commettendo errori, ovviamente, come tutti i mortali) sono additati come dilettanti incapaci, ciò che dovrebbe essere una deprecabile eccezione (la corruzione di un magistrato) passa in secondo piano, non suscita alcuna rimostranza, è considerata una cosa normale che può accadere a chiunque. Ecco servito il mondo alla rovescia.

Può non essere inutile aggiungere che il giudice di cui si parla è stato corrotto da un amico di Silvio Berlusconi con piena consapevolezza del mercimonio da parte del Cavaliere, e che questi si è salvato solo grazie ad una generosa concessione di attenuanti generiche che lo hanno accompagnato verso la prescrizione del reato. Ecco perché questo non è stato proposto come “caso clamoroso” nell’editoriale. Se qualche lettore benevolo ed ingenuo aveva ancora dubbi sulla cattiva fede del servo Mulè, ora sono dissolti. La qualifica di prostituto intellettuale è certificata.

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2 commenti

  1. Mi piace leggerla e non voglio farla lunga con commenti che si allineano con quanto lei dice, dunque inutili, se on portano altri dati; una sola osservazione; per favore prima di pubblicare allinei il testo come giustificato, gli a capo casuali disturbano l’occhio nella lettura. La barra degli strumenti ha i bottoni di allineamento. Per il resto grazie.

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    • I complimenti fanno piacere quasi quanto le critiche, quindi uno ogni tanto lo accetto volentieri.
      Con la questione dell’allineamento del testo si tocca un tema quantomai delicato. Anch’io sono piuttosto pignolo quando si tratta di definire la veste tipografica di un testo scritto, ma credo che allo stato attuale delle cose non si possa ancora pretendere dal Web un’eleganza paragonabile a quella dei documenti prodotti per la stampa (tipo pdf, per intenderci). La giustificazione sui due margini, se non è accompagnata dalla sillabazione che spezza e manda a capo le parole troppo lunghe, può portare a spaziature variabili e a volte eccessive su alcune righe. E questo in certi casi può dare fastidio più di un margine destro frastagliato. Comunque ci penserò su, grazie per la segnalazione.

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