Fondata sul lavoro

Uno degli obiettivi dichiarati del Governo Monti è agevolare l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro. Al contempo la punta di diamante della riforma di risanamento varata dallo stesso Governo è l’innalzamento dell’età pensionabile. Difficile pensare che ad un simile consesso di tecnici, professori e luminari possa essere sfuggita la palese contraddizione che si annida tra queste affermazioni, la cui gravità aumenta se si considera che una delle parole d’ordine per le prossime riforme è flessibilità. I posti di lavoro sono quelli che sono: quando in nome della flessibilità un lavoratore attempato verrà messo alla porta in favore di un giovane rampante, non ci sarà lecito sperare che un estemporaneo corso di formazione lo renda di nuovo competitivo, poiché egli andrebbe poi a competere proprio con quei giovani che invece vogliamo favorire. Neppure avrebbe senso negargli la possibilità di andare in pensione per poi prolungare la sua agonia mantenendolo per qualche tempo al limite del livello minimo di sopravvivenza tramite l’elargizione di un magro sussidio di disoccupazione.

Non possiamo dubitare che dietro alle mosse del Governo, nonostante le apparenze contrarie, ci sia una strategia coerente, solida e lungimirante. Possiamo altresì essere certi che questa strategia si rivelerà inaspettata e sorprendente, poiché gli stessi Ministri lo hanno promesso apertamente. Pur non avendo per ora la possibilità di uscire dal campo delle semplici illazioni, ci sentiamo di azzardare un’ipotesi suggestiva: la soluzione al problema della carenza di lavoro è la soppressione fisica del disoccupato.

Si tratta di un provvedimento che rischia di risultare poco popolare, e solo un governo tecnico che non tema ripercussioni alla tornata elettorale successiva potrebbe osare tanto. “Ora o mai più” avranno forse pensato i ministri, risolvendo subitaneamente i loro tormentati conflitti interiori.

La strategia proposta potrebbe legittimamente sollevare parecchie obiezioni, a partire da quelle di natura giuridica basate sulla Costituzione, la quale parrebbe non consentire una simile opzione. L’articolo 4 ad esempio afferma che “la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro”. Quando la scarsità di lavoro è cronica e generalizzata, tuttavia, è chiaro che l’unico modo per onorare se non lo spirito almeno la lettera della Carta e garantire quindi un lavoro a tutti i cittadini è proprio negare lo status di cittadino a chi un lavoro non ce l’ha. Ad esempio esiliandolo o, più concisamente e drasticamente, sopprimendolo.

A prescindere dalla possibilità di aggirare in misura più o meno convincente le principali obiezioni, va detto che gli aspetti positivi di una simile strategia non mancano. Sappiamo che un’altra importante parola d’ordine del presente Governo è equità: esso è chiamato a garantire una più uniforme distribuzione delle risorse in un Paese dove una piccola parte della popolazione detiene la maggior parte delle ricchezze. Una volta individuati e soppressi assieme a tutti gli altri disoccupati anche i ricconi nullafacenti che vivono di rendita, i loro beni potranno essere confiscati dallo Stato e utilizzati per scopi socialmente utili. Per una mandria in gran parte già condannata al macello questa non sarà forse una gran consolazione, ma per chi si sa accontentare è pur sempre meglio di niente.

Un altro degli obiettivi del Governo è risanare i conti pubblici. Elevando l’età pensionabile si è intrapreso un percorso virtuoso che porterà gradualmente ad eliminare uno dei principali capitoli di spesa dello Stato. Quando, procedendo per gradi, l’età del pensionamento sarà innalzata fino a 90 o 100 anni, quasi nessuno andrà più in pensione perché o morirà prima per cause naturali oppure sarà soppresso nel momento in cui non sarà più in grado di lavorare. Con un risparmio risultante dell’ordine delle centinaia di miliardi di euro all’anno, in un batter d’occhio il debito pubblico sarebbe azzerato.

Le ripercussioni positive riguarderebbero poi anche alcuni aspetti della sanità pubblica. Questa possibile strategia del Governo infatti contrasterebbe efficacemente la cronica carenza di tessuti e organi per trapianti e trasfusioni, che si renderebbero immediatamente disponibili in grande quantità.

Oltre che di sudore e di bile l’azione di questo Governo –lo si era detto fin dal principio– doveva irrorare il Paese anche di lacrime e sangue. Molti si erano chiesti chi avrebbe dovuto versare quest’ultimo. Ora si può iniziare ad intuire una risposta.

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