L’infiltrato

L'infiltrato

– Continua a leggere >

Prigioniero Ho avuto l’occasione di fuggire. L’ho lasciata sfumare. Encèlado e Brodnik sono svaniti nel nulla: forse non hanno esitato, e a differenza di me sono ora in salvo, o forse hanno già calcato queste luride pietre, e sono periti. Ho avuto l’occasione di fuggire. L’ho lasciata sfumare, il perché persino io lo ignoro. So che ormai ho imparato a disprezzare questa malattia della polvere che chiamano “vita”, e ciò rende più tollerabile la disfatta. Ma tu, spregevole assassino che celi nelle sontuose stanze di questo palazzo il tuo nome e il tuo volto e che Arconte ti fai chiamare dai tuoi ignobili servi, vieni qui ad uccidermi di persona, e ti porterò via con me.

Del pallido delinquente

Il pallido delinquente

Volete forse uccidere, giudici e carnefici, prima che la vittima abbia fatto cenno col capo? Ecco, il pallido delinquente ha fatto il cenno: gli parla negli occhi un grande disprezzo.
«Il mio Io è qualcosa che deve essere superato: il mio Io è il grande disprezzo dell’uomo». Questo dice il suo sguardo.
Il suo momento supremo fu quello nel quale egli giudicò se stesso: non lasciate che il sublime ricada nella bassezza!

– Continua a leggere >

La cattiva notizia

1 In principio era il denaro, e il denaro era presso il potere, e il potere era corruzione. 2 Venne Bettino a predicare il latrocinio della pecunia pubblica, e molti lo seguivano. Ma egli diceva loro: “Dopo di me viene uno che è più forte di me: io vi ho rubato gli spiccioli, ma lui vi lascerà in mutande”. 3 E venne anche Silvio per farsi battezzare, e quando uscì dall’acqua vide aprirsi i cieli e le reti Mediaset scendere su di lui. E si sentì una voce dal cielo: “I programmi riprenderanno dopo la pubblicità”.

4 Lo Spirito condusse allora Silvio su una nave da crociera e lì lo lasciò per quaranta giorni e quaranta notti, sottoposto ad ogni tentazione. 5 Quando vide che iniziava ad annoiarsi, il diavolo lo riportò in città, lo pose sulla guglia più alta del tempio e gli disse: “Guarda, tutto questo regno con tutta la sua ricchezza e la sua gloria può essere tuo”. E Silvio rispose: “Qua la mano, affare fatto”.
– Continua a leggere >

Il rapporto di Baltasar

[Ancora un po’ di svago e relax per i lettori di Bue punto zero, prima che si scateni l’inferno della campagna elettorale. Questa volta l’occasione è l’Epifania, qui proposta in una lettura un po’ più agghiacciante del solito]

   Mentre con l’umiltà e la reverenza che si addicono a questo luogo mi prostro al cospetto del trono regale, ardisco fregiarmi dell’incomparabile onore di comunicare a vostra Maestà che la missione da Voi magnanimamente affidatami è stata portata a termine con un completo successo. Nel Tempio già fervono i preparativi per la presentazione, a cui la vostra augusta presenza potrà conferire somma solennità.

   Devo aggiungere che nel portare a termine il nostro compito io e i miei compagni non abbiamo incontrato la minima difficoltà. Le mappe dei cartografi reali sono, come è noto a tutti, estremamente accurate, e i valichi che ci è stato necessario superare erano quasi completamente sgombri dalla neve. Il vento e la pioggia hanno preferito starci lontano, consapevoli dell’insuperabile gravità della missione.

   Nulla durante il nostro viaggio è accaduto che non fosse stato profetizzato dall’Oracolo. Giunti nelle aride terre d’occidente fummo subito accolti dal re di quella regione, despota vile e mendace. Egli sperava di sfruttare la nostra conoscenza per impadronirsi di ciò a cui noi pure bramavamo. Quello spregevole tiranno fingeva di non saper nulla, e desiderava che lo erudissimo su ogni cosa; noi accortamente gli rivelammo solo ciò che già sapeva, e lo congedammo con la promessa di ritornare presto da lui. Egli ci diede fiducia, e ci lasciò liberi di proseguire il cammino. La strada che rimaneva da percorrere era breve, e i nostri passi furono guidati dalla divina sapienza che splendeva in cielo. Quando la luce si fermò indicandoci con precisione la meta, ci affacciammo alla porta e ci ritrovammo al suo cospetto.
– Continua a leggere >

Vecchi archivi cartacei

[In occasione della fine del mondo, Bue punto zero offre ai suoi lettori un piccolo svago meta-letterario ed auto-referenziale. Buon divertimento.]

Q-maiuscola

uando Maurice entra trova Cornelius ad accoglierlo. Si stringono la mano.
Grazie per aver risposto così prontamente alla mia richiesta.–
–Non fa un po’ troppo freddo qui?–
   –Forse. Ma solo chi non lavora a ritmo serrato se ne lamenta. E come vedi siamo tutti a testa bassa. Vuoi un caffè?–
   –Già preso l’altro ieri.–
   –Va bene. Sarai curioso di sapere perché ti abbiamo chiesto di venire qui.–
   Maurice segue Cornelius nel suo ufficio, dove si trova un uomo che lavora ad un terminale. Si presentano.
   –Satyajit è il mio assistente diretto. Mi ha aiutato a formare questo gruppo di lavoro. Operiamo sotto il controllo dell’esercito, ma abbiamo una buona autonomia.–
   Si siedono alla scrivania, uno di fronte all’altro.
   –Sono curioso, sì. Questi giorni potrebbero essere gli ultimi, sai bene che avrei voluto rimanere il più possibile con la mia famiglia.–
   –Ti capisco. Ma è proprio per tener viva una speranza che stiamo lavorando così alacremente. Stiamo battendo una strada decisamente non convenzionale, e potremmo aver bisogno di te.–
– Continua a leggere >

Non effettua fermate intermedie

[Questo breve delirio, che Bue punto zero offre ai suoi lettori per concedere loro qualche minuto di svago, è dedicato a quella parte della mandria che frequenta quotidianamente i carri bestiame circolanti sul territorio nazionale.]

Sono stato tra gli ultimi a salire: per questo motivo non ho ancora trovato un posto a sedere. Quando la porta, sbuffando e cigolando, si è chiusa alle mie spalle e il treno con un sussulto ha dato avvio alla sua corsa, istintivamente ho iniziato a percorrere le carrozze in avanti, secondo il senso di marcia del convoglio. Incontrando molti passeggeri che nei corridoi intasati procedevano ansimando in direzione contraria alla mia sulle prime ebbi il sospetto che quella scelta fosse sbagliata. Presto tuttavia mi convinsi che non avrebbe fatto alcuna differenza. Non tornerò indietro.

Per chi è costretto a trascorrerlo in piedi il viaggio è assai duro, e neppure i finestrini, chiusi e sigillati, possono offrire conforto al passeggero esausto e madido. La nebbia spesso appare come un panno grigio steso sul vetro, e quando si solleva lascia intravedere solo una pianura sterminata e brulla. Allora il sole che brucia le zolle e gli sterpi e si abbatte feroce sulle lamiere del convoglio, arroventandole, fa subito rimpiangere la nebbia, e accende il desiderio di uno spiraglio da cui attingere una boccata d’aria asciutta. La notte invece il finestrino si trasforma in un flebile, indecifrabile specchio, e bisogna sperare in un guasto all’impianto di illuminazione per poter osservare un cielo scuro senza stelle. Neppure nelle cuccette è possibile spegnere la luce. Per motivi di sicurezza, dicono.

Ciascun vagone letto è sorvegliato da un addetto in divisa che controlla con rigore il rispetto dei tempi. Non più di sei ore per ogni turno di riposo può sembrare poco, ma è in primo luogo la rigidità di questo limite ad offrire l’opportunità a tutti coloro che hanno bisogno di un giaciglio di accedervi senza tempi di attesa interminabili. Non sempre la sorte si mostra favorevole fin da subito, e può capitare che convenga proseguire sperando di trovare qualche carrozza più avanti una cuccetta libera, o almeno una lista di attesa di lunghezza più ragionevole. Per chi al calar della notte non ha ancora trovato una sistemazione stabile, inoltre, proprio la scarsità di posti a sedere si può tramutare in un inaspettato vantaggio. Coloro che se ne sono conquistato uno infatti lo abbandonano solo per il tempo strettamente necessario per recarsi nella carrozza ristorante o al gabinetto, e di notte non se ne allontanano per timore di trovarlo occupato da altri al loro ritorno. Raramente, da quando il viaggio è iniziato, mi è capitato di passare la notte in piedi.

Spesso controllo la tasca per assicurarmi di avere il biglietto a portata di mano. Ancora nessuno me lo ha chiesto, per cui non sono affatto sicuro di essere in regola. Nella biglietteria la confusione era tale che a fatica riuscivo a raccogliere brandelli di parole pronunciate da un inserviente che sembrava articolare una lingua a me sconosciuta, e la fretta mi ha impedito di soffermarmi a puntualizzare. A causa di ciò, ora sono assillato da frequenti dubbi. Quello che è certo è che non posso fermarmi in prima classe. Per precauzione non utilizzo mai neppure i servizi igienici delle carrozze di prima, anche se a quanto si dice non vi è alcuna regola che lo vieti. Per lo stesso eccesso di cautela probabilmente molti altri passeggeri vi rinunciano, e quindi non è inusuale trovarli liberi e in ordine, così invitanti che devo fare uno sforzo su me stesso per trattenermi dall’utilizzarli. Molti di essi sono dotati anche di una doccia, oltre che di un grande specchio, di sapone e di carta asciugamani.

Nonostante tutto non ho ancora perso la speranza e continuo a percorrere il treno, carrozza dopo carrozza, in cerca di un posto a sedere. A volte quelli già occupati si liberano. È necessario avere un po’ di fortuna e arrivare nel momento giusto. Mi è capitato di attraversare un vagone mentre il controllore stava contestando ad un passeggero la regolarità del suo biglietto. Il passeggero ora urlava, ora supplicava, ora piangeva. In questi casi passo oltre, cercando di non dare nell’occhio. Da un lato vorrei fermarmi e attendere che il posto si liberi. Dall’altro però temo che il controllore mi noti, e soprattutto temo di scoprire ciò che accade al passeggero irregolare. Tutto ciò che so è che il treno non effettua fermate intermedie, e questo mi basta.