L’odissea della giustizia ad orologeria

Ci risiamo: si avvicinano le elezioni e alcuni politici o alcuni partiti, più o meno sempre i soliti, finiscono nel mirino della magistratura. In un paese democratico questo è inaccettabile, perché rischia di falsare i risultati delle elezioni, incentivare la tendenza all’astensionismo e alimentare il vento dell’antipolitica. Per uscire da questa impasse c’è un solo mezzo: la magistratura è soggetta soltanto alla legge, e quindi la politica deve trovare urgentemente una soluzione condivisa per legiferare su questo tema.

Ispirato dal detto popolare “a mali estremi, estremi rimedi”, per tutelare i politici da questa ignobile gogna Bue punto zero propone una soluzione drastica, per quanto non certo completa né definitiva. E neppure originale, poiché ha degli importanti precursori: sappiamo che Ulisse, il nobile eroe omerico, per non farsi irretire dalle sirene si fece legare dai suoi compagni all’albero maestro; oggi in Italia esiste il D.A.Spo., un provvedimento mirato a ridurre la violenza negli stadi che vieta ai soggetti ritenuti pericolosi di accedere agli impianti dove si svolgono determinate manifestazioni sportive. Bene, applichiamo qualcosa del genere anche a tutti i politici a rischio, ovvero a quelli già soggetti in passato a indagini o provvedimenti da parte della magistratura: tre o quattro anni prima delle elezioni li mettiamo agli arresti domiciliari senza telefono, senza accesso a Internet e senza alcuna possibilità di contatto con il mondo esterno. In questo modo sarà molto più facile per essi resistere alla tentazione di delinquere, e arriveranno quindi alla campagna elettorale freschi, puliti e immacolati come fiorellini di campo.

Si tratta di una limitazione personale di non poco conto, ne siamo consapevoli. Ma, cari politici, certo sapete che il bene della democrazia viene prima di tutto il resto: le generazioni future vi ringrazieranno per il vostro sacrificio.

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Italiani, brava gente

Davvero, non sono cattivi, almeno non così tanto come potrebbe sembrare. È solo che la democrazia non fa per loro. Basti pensare che l’onorevole Berlusconi non ha neppure ancora deciso se vuole fare il ministro dello sviluppo economico di Mediaset oppure il ministro della giustizia ad personam, e già sta salendo nei sondaggi: milioni di italiani entusiasti e giubilanti ad una sola voce implorano: “Sì, sì, ancora!”.

Nulla può illustrare la situazione meglio di questo monologo, testimonianza di incomparabile valore che probabilmente entrerà a far parte dei testi scolastici multimediali del futuro, stante la sua capacità di esprimere con plastica efficacia la situazione politica dell’Italia a cavallo tra il secondo e il terzo millennio, e nello stesso tempo di offrire agli studenti una limpida illustrazione del concetto di allegoria.

Ricapitolando: è scientificamente ormai provato in modo inequivocabile da più gruppi di ricercatori qualificati e indipendenti che ogni malefatta vera o presunta perpetrata dal nostro soggetto e rilanciata dai media non fa che aumentarne la popolarità presso l’elettorato e conseguentemente il peso politico. Da qui nasce, immediata e folgorante, l’idea di parlarne bene, per cercare di ottenere l’effetto contrario.

Può sembrare difficile, ma Bue punto zero non si ferma davanti a niente. Coraggio, proviamo a parlar bene di Berlusconi. Per cominciare, si deve anzitutto considerare il suo ruolo di direzione e di ideatore di un’attività delittuosa tesa ad una scientifica e sistematica evasione di portata eccezionale.

Può andare? Allora proseguiamo: va poi considerata la particolare capacità di delinquere dimostrata nell’esecuzione del disegno, consistito nell’architettare un complesso meccanismo fraudolento ramificato in infiniti paradisi fiscali, con miriadi di società satelliti e conti correnti esclusivamente in funzione del disegno delittuoso.

E ancora, possiamo forse trascurare che dalla suddetta attività gli è conseguita un’immensa disponibilità economica all’estero in danno dello Stato?

Funziona? Benissimo, allora entriamo nei dettagli: il cosiddetto “giro dei diritti” si inserisce in un contesto più generale di ricorso a società off shore anche non ufficiali ideate e realizzate da Berlusconi avvalendosi di strettissimi e fidati collaboratori. Quello che qui si intende ribadire è la pacifica diretta riferibilità a Berlusconi della ideazione, creazione e sviluppo del sistema che consentiva la disponibilità di denaro separato da Fininvest e occulto. Il sistema così organizzato ha permesso di mantenere e alimentare illecitamente disponibilità patrimoniali estere presso conti correnti intestati a varie società che erano a loro volta amministrate da fiduciari di Berlusconi. Vi è la piena prova, orale e documentale, che Berlusconi abbia direttamente gestito la fase iniziale dell’enorme evasione fiscale realizzata con le società off shore. Deve ritenersi che l’interposizione di tutte le suddette entità nelle compravendite dei diritti provenienti dall’estero sia stata ideata per il duplice fine di realizzare un’imponente evasione fiscale e di consentire la fuoriuscita di denaro dal patrimonio di Fininvest/Mediaset a beneficio di Berlusconi. Si tratta quindi di un preciso progetto di evasione che si è esplicato in un arco temporale molto ampio, in un vasto ambito territoriale e con modalità molto sofisticate.

Bene, credo che per oggi possa bastare (ma chi invece non si sente ancora sazio può proseguire qui). Pensavo fosse difficile parlare bene di Berlusconi o di quelli che lo votano, ma tutto sommato mi sbagliavo: brava gente davvero, non c’è che dire.


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L’XYZ della democrazia

La legge esiste per tutelare i più deboli. Ove questa venisse a mancare, non si applicherebbe altro che la semplice e atavica legge del più forte. In un Paese democratico, in teoria, il potere lo detiene il popolo, e la legge tutela le minoranze (in assenza di questa tutela, infatti, non si parla di democrazia, ma di dittatura della maggioranza). Capita tuttavia che il voto popolare consegni il potere ad un’oligarchia avida e corrotta, la quale lo esercita contro gli interessi del popolo stesso. In questo caso è il popolo ad occupare la posizione più debole, e la legge, fintanto che è applicata, rimane la sua unica tutela. Nel momento in cui, in un regime democratico già gravemente compromesso, si indebolisse o venisse del tutto a mancare un’istituzione dotata dell’autorità di far rispettare la legge, si assisterebbe inevitabilmente alla fine della democrazia.

È quindi del tutto naturale e forse inevitabile che in questa situazione i magistrati che si sforzano di applicare in modo rigoroso la legge, sottoponendo ad indagini e processi, ove ne ricorrano i presupposti, anche i membri della suddetta oligarchia, raccolgano un buon grado di consenso popolare, mentre in un contesto di reale democrazia ciò che alcuni oggi considerano deprecabile (e cioè il fatto che i magistrati possano cercare e ottenere il consenso delle masse) sarebbe semplicemente privo di senso, perché la magistratura lavorerebbe per lo più per tutelare le minoranze, eventualmente anche contro gli interessi della maggioranza.

In ogni caso, se il consenso popolare ha potuto a suo tempo legittimare quell’oligarchia avida e corrotta che ora, per non essere spodestata, cerca a sua volta di delegittimare con ogni mezzo tutte le voci e tutte le forze che le si oppongono, è non solo tollerabile, ma anche auspicabile che esso si indirizzi ora verso alcuni magistrati; in particolar modo verso quelli onesti e integerrimi, i quali sono facilmente riconoscibili appunto per il fatto di subire quotidianamente attacchi da quelle cariche istituzionali e politiche che annoverano al loro interno schiere di corrotti, corruttori, concussori, mafiosi e via dicendo, nonché dai giornali ad essi asserviti, e persino da quella parte di magistratura  che non vuole inimicarseli. Se ancora rimanesse qualche dubbio sull’opportunità di questo consenso, esso verrà dissipato nel momento in cui qualcuno di questi magistrati dovesse essere perseguito per aver pubblicamente dichiarato nientemeno che la sua fedeltà alla Costituzione.


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Le macerie della democrazia

Capita sempre più spesso, e l’abbiamo già segnalato, che illustri professori declamino con serafico candore affermazioni che alla gente comune possono sembrare, di primo acchito ed anche ad una più attenta analisi, delle soverchianti fesserie.

Umberto Veronesi, assieme a decine di altri luminari tra medici e scienziati, ha scritto a Monti per chiedergli un ripensamento sul nucleare in Italia, come se il Premier in persona avesse bocciato l’energia atomica e potesse, con un solo cenno del capo, dare l’avvio alla costruzione di nuove centrali.

L’intento dell’esimio oncologo è indubbiamente nobile, e può in parte giustificare una richiesta per altri versi così assurda. Gli ambientalisti, che l’anno scorso si sono vittoriosamente battuti a favore del “sì” al referendum, non hanno capito un concetto molto semplice, che Veronesi sta ancora cercando, con un estremo, disperato tentativo, di inculcare nelle loro teste: il nucleare è amico dell’ambiente.
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