Grande premio Webbestia 2012

Webbestia è un ambitissimo concorso bandito da Bue punto zero che premia le più brillanti ed ingegnose manifestazioni di servilismo e disonestà apparse sul Web nell’anno di riferimento.

Quest’anno il vincitore è ilgiornale.it, uno dei principali organi di disinformazione della famiglia Berlusconi.

La pagina che ha meritato l’onorificenza è quella apparsa il giorno martedì 11 dicembre alle ore 9.30. Da poche ore il Pdl ha tolto la fiducia al Governo Monti, e l’onorevole Berlusconi ha definitivamente annunciato il suo ritorno in campo. Le reazioni nazionali e internazionali, specialmente sul versante finanziario, sono perlopiù improntate al terrore e allo sgomento.

Che cosa fanno allora i servi di famiglia? Niente panico: hanno delle procedure ben definite da seguire. Inanzitutto scaricare il più possibile qualunque responsabilità su qualcuno che non sia Berlusconi. Secondariamente minimizzare tutto quello che non si può ulteriormente scaricare. Infine evidenziare le carenze, anche quelle inesistenti, di tutti coloro che non sono formalmente o informalmente classificabili come servi di Berlusconi.

Sembra facile, ma per concentrare una simile quantità di servilismo e disonestà in queste poche centinaia di pixel, aggiungendo anche qua e là qualche errore di battitura, ci vuole davvero un artista:

Servilismo-e-disonesta-Il-Giornale-11-dicembre-2012

Come i nostri lettori sanno bene, viviamo in un periodo di crisi economica e ecologica. Pertanto il premio è stato selezionato in modo da essere compatibile con le ristrettezze  del momento e nello stesso tempo produrre un basso impatto ambientale: esso consiste infatti in un vagone di letame prodotto in proprio, che verrà oggi stesso spedito al vincitore. Da domani inizierà ad accumularsi il premio per la prossima edizione.


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Un panorama inquietante (quarta parte)

Leggi dall’inizio (prima parte)

Nelle precedenti puntate sono state esaminate alcune performance di note marionette rinvenute sull’edizione del settimanale Panorama anno XLIX numero 43. Ritengo utile rimarcare che la scelta di quello specifico numero non è stata fatta per la sua particolare rappresentatività: essa è avvenuta in maniera del tutto casuale. Si può immaginare che sfogliando qualunque altro numero precedente o successivo si sarebbero potuti trovare spunti altrettanto validi.

Del numero esaminato sono stati scelti gli articoli firmati dalle penne più note, ma molte altre pagine avrebbero meritato menzione, se non come casi da manuale, almeno come esempi significativi di disonestà e servilismo verso il padrone. Due articoli, che appaiono a breve distanza l’uno dall’altro, titolano rispettivamente “La ragnatela di affari e il mondo segreto dell’amico di D’Alema” e “Il marito ingombrante di Anna la giustiziera”. Mettere in evidenza, nel titolo di un articolo, il nome di una persona che non è il soggetto dell’articolo può sembrare semplicemente indice di cattivo giornalismo. Ma considerando che appena un mese prima aveva generato aspre critiche un articolo che Panorama aveva dedicato alla moglie di Bossi, si può intuire che il metodo per tenere in riga gli alleati lasciando intendere che i loro amici e parenti sono tenuti sotto stretta sorveglianza, già collaudato con l’inseparabile Lumbard, ha trovato una nuova applicazione sugli onorevoli D’Alema e Finocchiaro.

Merita ancora una menzione la rubrica “Indiscreto” che contiene un breve articolo intitolato “Gustavo, indignado in cashmere”. Al suo interno sono riportate alcune dichiarazioni di Gustavo Zagrebelsky relative ad intercettazioni (afferma che sono utili per giudicare il ceto politico), ipotesi sulla fine di Berlusconi (“finirà come Craxi”), abuso di decreti (accosta il governo Berlusconi alla Germania del 1933). Invece di commentare nel merito le affermazioni del giurista (si può essere d’accordo come no, ovviamente), l’insipido servo si limita a definirlo “il guru degli indignados in cashmere”, quasi che tale espressione sottintendesse un ossimoro. L’intento neanche tanto mascherato è quello di suggerire l’idea che una persona perbene non dovrebbe indignarsi, e che gli indignados possano essere credibili solo se circolano a petto nudo. Mentre al contrario in certi casi l’indignazione è, più che un diritto, un dovere civico.

Giunti a questo punto, possiamo finalmente arrivare alla formulazione del problema. Il problema è che oltre trecentomila persone ogni settimana acquistano una copia di questa ignobile rivista. Difficile pensare che lo facciano per tenersi aggiornati sulle ultime tendenze della prostituzione intellettuale. Il fatto che Panorama sia il settimanale di attualità e politica più letto in Italia è uno di quegli elementi che inducono a sospettare che siamo tuttora fermi al punto zero, e che ci resteremo a lungo. Ciò nonostante –anzi proprio per questo– è importante che si continui a puntare il dito pubblicamente contro tutti i prostituti che quotidianamente dalle televisioni e dalla carta stampata continuano a confondere e deformare la realtà a beneficio del loro padrone. Essere neutrali non è un’opzione: chi si dichiara neutrale implicitamente si schiera dalla parte del più forte. Per questo confido con questi articoli di essere riuscito ad instillare un po’ di genuino disprezzo nei confronti dei servi di cui ho scritto e dei loro consimili, ed auspico che i miei lettori condividano con me l’ardita, oltraggiosa speranza che questi individui, esecrati da ogni cittadino civile, aborriti dagli editori e dai lettori tutti, si possano tra qualche tempo incontrare seduti su un marciapiede, laceri e sudici, intenti a mendicare ai passanti qualche spicciolo o un pezzo di pane.

Un panorama inquietante (terza parte)

Prima parte, Seconda parte

Una tigre al guinzaglio

Voltata anche la pagina affidata a Minzolini, eccoci a quella di Bruno Vespa, il quale con la sua figura composta ed elegante fa pensare ad uno zerbino che si atteggia a maggiordomo. Se Ferrara, a corto di idee, scriveva senza dire quasi nulla, Vespa adotta un’altra strategia: riempie la pagina riportando affermazioni altrui. L’obiettivo, almeno apparentemente, è tranquillizzare e compiacere il padrone con il minimo sforzo intellettuale. Il pezzo risulta pertanto piuttosto scialbo, ma merita di essere preso qui in considerazione per l’argomento trattato, che è potenzialmente interessante e probabilmente sarà ripreso in articoli successivi: si parla, prendendo spunto dal convegno di Todi, dei cattolici in politica.

Vespa esordisce citando Andrea Oliviero, il quale afferma di non aver intenzione di far cadere il governo (Berlusconi pertanto stia tranquillo), prosegue con Ratzinger che sente la necessità di politici cattolici che evangelizzino il Paese, poi c’è spazio per Bagnasco secondo cui la Chiesa deve essere coscienza critica della società mentre i comportamenti licenziosi ammorbano l’aria, quindi il Servizio informazione religiosa della CEI che invita i cattolici a difendere i valori non negoziabili e aggregarsi intorno ad una leadership, seguono commentatori non meglio identificati –ma comunque inattendibili– che affermano che la Chiesa vuole lanciare un’OPA sul centrodestra, infine Giuseppe De Rita che auspica che un giovane politico cattolico torni alla guida del Paese.

Vespa è abituato a scrivere libri inginocchiato ai piedi del trono cercando di esprimere in una forma che sia proponibile ad una casa editrice (la stessa di cui si parlava nella prima parte di questo articolo a proposito di corruzione giudiziaria) le più mirabolanti esternazioni e le più intime confessioni del suo padrone. Non stupisce quindi che abbia problemi ad esprimere opinioni personali e che preferisca rifarsi a quelle degli altri. Subito dopo l’ultima citazione, però, si lascia sfuggire una folgorante intuizione: il giovane cattolico che dovrebbe guidare il Paese non può che essere Casini. Visto che Vespa non si fa problemi a parlare apertamente del dopo-Berlusconi, è abbastanza chiaro che sta cercando di trovare un altro politico di rilevo da ingraziarsi per poi proporsi come paggio o come poggiapiedi il giorno in cui Berlusconi non fosse più in grado di offrirgli protezione. Ed ecco quindi che il domestico inizia a offrire a Pier Ferdinando dei buoni consigli. Per quanto tu sia un abile trasformista, gli suggerisce, ormai non puoi più allearti con i partiti di centrosinistra che sui valori non negoziabili di Bagnasco hanno mostrato di non essere molto ricettivi. Così l’articolo fino a quel punto letargicamente piatto nelle ultime righe si illumina con l’idea che il terzo polo di Casini si possa alleare con la destra liberale da una parte e con l’ala cattolica del Pd dall’altra. Pur mostrando di essere fra i primi topi che al momento giusto salteranno giù dalla nave, Vespa quindi non manca di proporre ancora un’immagine che possa compiacere il suo attuale padrone: un Pd sempre più lacerato.

Parecchie pagine più in là, siamo alla numero 93, ci si imbatte nell’inaspettato e insidioso agguato del “cane sciolto”: Vittorio Feltri. Sul fatto che si tratti di un cane –o di qualche altro tipo di bestia assai aggressiva– possiamo senz’altro concordare. Ma l’aggettivo “sciolto” certamente è fuorviante: Feltri ha il guinzaglio, e ce l’ha anche molto corto, visto che ha mostrato di essere capace di assalire con ferocia e di creare danni anche al di là delle intenzioni del padrone che lo aveva aizzato.

Va riconosciuto all’occhialuto rottweiler di possedere un talento che lo distanzia in maniera significativa dagli altri piccoli e grandi bastardi che lo hanno preceduto. Feltri non si limita a infilare inopinatamente nel suo articolo una piccola verità al fine di dargli un tono. Tutto l’articolo è imperniato su una verità incontestabile, e ciò lo rende particolarmente subdolo: “Forse questa sinistra non ci dice come e con chi vuole governare l’Italia perché non lo sa neanche lei”. È lo stesso Bersani, leader comprimario del maggior partito d’opposizione, a confermarlo: “Il nostro orizzonte sono le elezioni”. Dal momento che l’orizzonte è la linea oltre la quale non si può vedere, con questa dichiarazione Bersani chiarisce che al momento non ha idea, nel caso dovesse vincere le elezioni, di che cosa farà il giorno dopo. Feltri quindi ha gioco facile nell’affermare che “il centrosinistra si è squagliato da tempo e non riesce più a raggrumarsi; è privo di una propria politica, non ha idee, non ha lo straccio di un programma, non è in grado di esprimere un leader, un candidato alla presidenza del Consiglio. Cosicché anche chi ne ha piene le tasche dell’esecutivo in carica non sa a che santo votarsi per eventualmente cambiare orchestra e direttore della medesima”. Queste affermazioni però non sono altro che un’efficace captatio benevolentiae rivolta soprattutto a elettori del PdL stufi del loro leader –senz’altro una buona fetta dei lettori di Panorama– i quali con soddisfazione penseranno: “Ecco finalmente qualcuno che la pensa come me, vediamo che cosa scrive”. Pronti a bersi, senza alcun senso critico, anche tutto il resto.

Questo lungo articolo si era aperto con il proposito di esaminare il lavoro di alcuni prostituti intellettuali per individuare elementi utili a riconoscerli. In questo caso aggiungerò un ulteriore obiettivo: dimostrare che Feltri non è un giornalista. Bella scoperta, penserà chi già lo conosce bene. Ma ribadisco che non voglio semplicemente affermarlo, voglio proprio dimostrarlo. Come? Un giornalista dovrebbe documentarsi in modo rigoroso ed esporre con la maggiore chiarezza di cui è capace una serie di fatti pertinenti all’argomento dell’articolo, aiutando il lettore a comprenderli e interpretarli. Feltri invece fa tutto al contrario: si adopera per rimescolare le carte e confondere le idee ai suoi lettori.

Sorvoliamo sulla memorabile apertura dell’articolo (“il Partito democratico a forza di aspirare rischia di finire nell’aspirapolvere”) e andiamo al cuore del discorso: “La crisi c’è e si manifesta in forme gravi”. Bene, questa è un’altra bella verità. Minzolini a pag. 25 l’aveva ridimensionata, accusando gli emuli del Cavaliere di eccedere nel disfattismo abusando di parole come “baratro” o “default” per deprezzare l’Italia, e rimproverando addirittura alla Marcegaglia di non aver festeggiato la performance della produzione industriale in agosto (la quale in effetti potrebbe non essere un buon segnale, poiché forse indica semplicemente che la gente non potendo permettersi le vacanze in alta stagione, o non potendo permettersele affatto, in agosto non ha preso ferie). Feltri invece parla chiaro: la crisi c’è ed è grave. Ma il cane così prosegue (l’enfasi tipografica sulle ultime parole è nell’originale): “Poi però se compulsi i dati statistici scopri che la disoccupazione è in costante diminuzione, le esportazioni si mantengono a buoni livelli, la borsa va giù ma torna su. Bravo chi capisce qualcosa”. Iniziamo dal fondo, perché questa è veramente sensazionale: la borsa va giù ma torna su. Forse se Feltri avesse compulsato un testo elementare di economia e finanza avrebbe scoperto che è normale che la borsa vada su e giù. Il molosso però evidentemente non si ritiene abbastanza bravo da capirci alcunché, e implicitamente avvisa i suoi lettori: guardate che sono cose complicate. C’è una crisi grave, ma tutto va bene, è tutto stabile se non in crescita. Io non capisco come sia possibile, e se non lo capisco io non le capirete neppure voi, quindi non sforzate le meningi e fidatevi.

Il discorso sulle statistiche sull’occupazione non è da meno. Anche ammesso che la fonte (non citata) sia attendibile, le statistiche hanno sempre bisogno di essere analizzate e interpretate. Poniamo ad esempio il caso di un nucleo familiare di tre persone in cui il capofamiglia ha un lavoro stabile e redditizio con il quale mantiene nell’agio la moglie casalinga e il figlio studente. Le statistiche dicono: uno su tre lavora. Capita che la ditta in cui lavora l’unico percettore di reddito chiuda per fallimento, e questi si ritrovi disoccupato. Nella affannosa ricerca di un lavoro, la moglie è la più fortunata e trova quasi subito qualcosa di temporaneo da fare part-time, con uno stipendio da fame; poco dopo anche il figlio, lasciati gli studi, riesce a impiegarsi in un lavoro di poco più redditizio e altrettanto precario di quello della madre. Ora le statistiche dicono che due su tre lavorano. Feltri fa squillare le trombe ed esulta: l’occupazione è aumentata, è addirittura raddoppiata. Sorvolando però sul fatto che la qualità della vita della famiglia è sotto tutti i punti di vista drasticamente peggiorata. Senza un minimo di analisi, quindi, Feltri le sue statistiche se le può compulsare in un posto che qui lascio sottinteso, ma che tutti possono facilmente intuire.

“Quanto allo stile di vita dei cittadini, nulla di mutato rispetto a quattro o cinque anni orsono: ristoranti pieni, autostrade ingolfate, città sempre più trafficate, il settore viaggi-vacanze è in salute”. Queste ovviamente sono balle, in cui riecheggia vigorosamente la voce del padrone, il quale queste cose continua a ripeterle già da anni. Intanto autostrade ingolfate e città sempre più trafficate sono indice più di carenze infrastrutturali che di uno stile di vita soddisfacente. Se poi i ristoranti dove Feltri va a scondinzolare al guinzaglio del suo padrone sono sempre affollati e i villaggi vacanze che frequenta sono colmi di ricconi eleganti, a tutto il resto del Paese ciò importa davvero poco.

Ma proseguiamo: “Siamo la seconda potenza manifatturiera d’Europa, solo la Germania ci supera. Eppure le agenzie di rating ci declassano considerandoci a rischio. Sappiamo il perché: abbiamo il debito pubblico più spaventoso del mondo”. Proviamo a riformulare la frase come avrebbe fatto un giornalista: “Siamo la seconda potenza manifatturiera d’Europa, ma a causa dell’ingente debito pubblico le agenzie di rating ci considerano a rischio e ci declassano”. Feltri però non è un giornalista, e scrive in modo da materializzare paradossi che non esistono, disorientando il malcapitato lettore-elettore di centrodestra, e forse non solo quello. Ma perché il debito pubblico è così smisurato? La causa va ricercata in quei connazionali che si fanno mantenere dallo Stato, “abituati a scroccare pensioni e vitalizi”. A queste parole inevitabile si affaccia alla mente il lombrosario di ministri, parlamentari, segretari, sottosegretari, portaborse, sottoportaborse, portasottoborse e reggimoccoli che popolano la scena politica italiana. Ma Feltri vede un’immagine diversa: “In Calabria hanno assunto ancora guardie forestali pagate per stare all’osteria”. Ora, visto che la Calabria non è né il Sahara né l’Antartide, il fatto che si assumano guardie forestali di per sé non è affatto scandaloso. Neppure è scandaloso che queste guardie quando non hanno di meglio da fare vadano all’osteria. E se anche fosse vero ciò che afferma Feltri (ma non si preoccupa di dimostrarlo), sarebbe sempre meglio avere cento guardie forestali all’osteria, dove non fanno danni, che un solo politico incapace e corrotto al governo, il quale mentre incamera il suo lauto stipendio produce danni incalcolabili all’intero Paese.

Ma Feltri ce l’ha proprio con le guardie forestali, e aggiunge: “È una piaga antica che richiede cure continue e costose, ma non guarisce mai perché il medico pietoso, è noto, non osa intervenire se non superficialmente e la malattia incancrenisce. Davanti al disastro, l’unica soluzione proposta dalla generica e caotica sinistra è questa: mandiamo a casa Silvio Berlusconi. Poi? Provvederemo, inventeremo, ci affideremo allo stellone che ci ha sempre protetti”. Dunque è tutta colpa della sinistra, la quale come se non bastasse, non offrendo valide alternative a chi ha le tasche piene dell’esecutivo in carica, è anche causa della disaffezione dalla cosa pubblica: “Lo si evince dai sondaggi che mettono in evidenza una crescita preoccupante di potenziali astensionisti e dal calo netto di ascolti dei talk show di informazione”. Ancora una volta un discorso che potrebbe essere semplice diventa fumoso e contorto. Siamo di fonte a un disastro, il medico interviene superficialmente e la malattia incancrenisce. Con chi dovremmo prendercela? Ovviamente con il medico che non agisce, cioè l’attuale governo. E invece il cucciolo dai denti a sciabola scarica le colpe sull’opposizione, che “è impegnata solo a sputtanare il governo e non si rende conto che così sputtana anche il Paese, dipingendolo ogni giorno come se fosse sull’orlo della bancarotta. L’autodenigrazione produce effetti micidiali sulla reputazione della Patria”. Qui il registro è minzoliniano, ma c’è dell’altro: l’abuso del termine “autodenigrazione” (gli italiani che denigrano il governo non denigrano gli italiani, ma appunto il governo) ci fornisce un esempio piuttosto limpido di un modo perverso di ragionare che avevo evidenziato in un altro articolo. Ma non mi sono messo d’accordo prima, posso garantire che Feltri non lavora per Bue punto zero. Inutile dire comunque che sulla scena internazionale il governo si sputtana già abbastanza da solo, e non c’è bisogno di aggiungere altro.

Feltri però non ha finito: l’autodenigrazione “autorizza la stampa estera a calcare la mano su di noi. L’immagine italiana viene infangata”. Ecco un segno chiaro della forma mentis del prostituto intellettuale: Feltri crede che la stampa sia uguale in tutto il mondo, ma al di fuori dell’Italia i giornalisti non hanno bisogno di chiedere un’autorizzazione per scrivere bene o male di qualcuno, lo fanno e basta.

A questo punto ci avviamo alla conclusione: “Eppure la sinistra non demorde. Insiste nell’opera di demolizione. Sogna di creare una nuova maggioranza impossibile che, se anche fosse possibile, avrebbe caratteristiche politiche tali da non essere all’altezza di tagliare i rami secchi. Difatti l’agognata rivoluzione liberale se non l’ha fatta la destra figuriamoci se è alla portata della sinistra”. Naturalmente la semplificazione di Feltri è eccessiva. Parlare di destra e sinistra oggi ha poco senso: c’è il partito di Berlusconi (che non è né di centro né di destra né di centrodestra, è solo il partito di Berlusconi) con il suo attuale alleato padano da una parte e una serie di gruppi più o meno omogenei dall’altra. La destra è stata quasi completamente distrutta dallo stesso Berlusconi, mentre qualcosa di classificabile come “sinistra” potrebbe forse ricomporsi grazie all’idea geniale di Vespa: se c’è nel Pd qualcuno che dà una benché minima importanza a quello che dicono Bagnasco e compagnia, molto probabilmente tutto l’ecosistema politico del Paese avrebbe un beneficio se costui portasse altrove il suo cilicio.

Semplificazioni a parte, ancora una volta Feltri confonde le idee al lettore, facendogli credere che ciò di cui c’è bisogno in Italia sia una fantomatica (e a suo dire impossibile) “rivoluzione liberale”. In realtà c’è semplicemente bisogno di qualcuno che governi. Se nelle opposizioni, a destra, sinistra, centro, sopra e sotto, non c’è al momento nessuna personalità di spicco, pazienza: ci potremo accontentare di quello che passa il convento. Senza l’ambizione di fare alcuna rivoluzione, una qualunque combinazione di partiti d’opposizione che andasse al governo, per quanto si sforzasse di selezionare le persone più incapaci dalla rosa dei candidati, non potrebbe mettere in campo qualcosa di peggio di un governo dove spiccano nomi come Brunetta, Calderoli, Frattini, Gelmini o La Russa, la cui incompetenza, arroganza e disonestà raggiunge manifestamente livelli siderali.

Ed eccoci alla chiusura: “In mancanza di dinamica e dialettica tra minoranza e maggioranza, l’Italia è condannata all’immobilismo. In pratica: tira a campare”. Normalmente la maggioranza governa e la minoranza no, quindi l’immobilismo non è un problema di dialettica, ma solo di capacità e volontà della maggioranza. Ma l’incompetente non-giornalista non può che ripetere: chi ci capisce è bravo, io non lo sono.

Giunti a questo punto si può apprezzare appieno la menzogna annidata nel titolo della rubrica. Il “cane sciolto” dovrebbe distinguersi dai cani ammaestrati (le altre autorevoli penne che hanno firmato gli articoli precedenti) per il fatto di non essere un prostituto e di esprimere idee che possono anche essere controcorrente. Tant’è vero che il mastino si permette persino, seppure velatamente, di parlar male del governo. Così il lettore che crede di esercitare il proprio senso critico accorda una fiducia immeritata ad un articolo che lo guida passo dopo passo verso il baratro: la convinzione che non ci possa essere niente di meglio di questo governo, e che le critiche, seppur legittime, sia meglio tenerle per sé.

Feltri pertanto si dimostra diverso e in certo modo superiore agli altri prostituti. C’è chi batte nei viali e vestendosi in modo sguaiato e appariscente, con uno spesso e volgare strato di trucco sulla faccia, non lascia alcun dubbio sul genere di attività che sta svolgendo, e c’è chi all’opposto lavora su appuntamento, indossa un elegante tubino nero e sfoggia un make-up leggero e sobrio. Proprio il tipo di troia che più piace a Berlusconi.

QUARTA PARTE

Un panorama inquietante (seconda parte)

Qui trovi la prima parte dell’articolo.

La ciliegina sulla torta

Dopo aver gustato l’editoriale del direttore voltiamo pagina e ci si presenta allo sguardo l’ingombrante sagoma di Giuliano Ferrara, il quale mi dicono faccia schifo ai maiali, ma non so se sia vero. Nel suo articolo dimostra la capacità di occupare un enorme spazio senza illuminarlo con la minima idea degna di nota.

Anche Ferrara apparentemente è immune dal senso del pudore, perché in mezzo alla pagina campeggia un affettuoso “Caro Silvio” ad introdurre in tono confidenziale il suggerimento giusto per volgere a favore del Premier una situazione politica sempre più compromessa: bisogna cambiare. Galleggiano nel vuoto pneumatico di una pagina zeppa di parole inutilmente altisonanti alcune perle. La prima è una esplicita accusa di colpevolezza, che nel mondo alla rovescia diventa naturalmente un elogio sperticato alla spregiudicatezza imprenditoriale del padrone. Secondo Ferrara, infatti, Berlusconi con le sue televisioni si è preso “una fetta di torta che in teoria spetta ad altri”. L’ha scritto lui, sarà vero.

Seconda perla: l’unica possibilità di Berlusconi è “dimostrare che fa sul serio, che ha sempre fatto sul serio”. Che il padrone in effetti fin dalla sua discesa in campo facesse sul serio era chiaro: si faceva e tuttora si fa con il massimo impegno e dedizione gli affari suoi. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti: Berlusconi non solo è ancora a piede libero, ma è ogni giorno che passa un po’ più ricco; il resto del Paese per contro è stato lasciato a se stesso nel bel mezzo di una crisi globale che per un miliardario che fa il Premier a tempo perso è poco più di una noiosa seccatura. Ma Ferrara ha altre idee. Ho già anticipato la conclusione a cui giunge lo stratega di fronte al problema di dimostrare che il caro Silvio ha fatto e fa sul serio: “bisogna cambiare”, anzi “deve dare il segno di un cambiamento rigoroso e profondo”. Non solo le affermazioni date per certe ma prive di argomentazioni caratterizzano i prostituti intellettuali, ma anche la sovrabbondanza di parole incensatorie prive di qualsivoglia contenuto che possono, combinandosi casualmente, dar luogo a paradossi esilaranti. Forse Ferrara non ha provato ad immaginare il suo padrone che con cipiglio dichiara: “Ho sempre fatto sul serio, e ora ve lo dimostrerò” e dopo una breve, drammatica pausa aggiunge: “Da oggi si cambia tutto, da oggi si fa davvero sul serio”. Altrimenti probabilmente avrebbe scritto qualcos’altro.

Ed ecco l’ultima chicca, evidenziata in caratteri rossi e maggiorati: “Noi siamo indispensabili all’Europa come e più di quanto l’Europa sia indispensabile a noi”. Probabilmente è vero. Ciò non deve stupire: Ferrara sa che, come una singola stupidaggine contenuta in un discorso altrimenti serio e rigoroso rischia di comprometterne completamente l’attendibilità, così una singola verità inserita al punto giusto può portare il lettore ingenuo a convincersi che tutto l’articolo, per il resto colmo di idiozie, sia in realtà valido e pertinente. E se quell’affermazione è vera, allora forse Ferrara ci fa balenare una speranza: che l’Europa trovi il modo –uno qualunque– di salvare noi dal nostro Governo per salvare se stessa.

Si volta ancora pagina, ed ecco che, all’insegna di un’autoironia che vorrebbe forse suscitare simpatia, ma suscita solo volgare raccapriccio, appare la rubrica “minzulpop”. L’asticella della dignità si abbassa sempre di più, e ora solo strisciando si riesce a passarci sotto. I vermi prima tentennano, poi indietreggiano e battono in ritirata, ma il soldato Minzolini, unico tra i vertebrati, esclama: “Presente!” e si getta nel fango.

Minzolini se la prende con alcuni “personaggi in cerca di autore” (che mai vorrà dire?) che approfittando della crisi (che in realtà non c’è: sono loro che tracciano un quadro funereo della situazione) vogliono comprare a poco prezzo il Paese. Il soldatino è evidentemente influenzato della deformazione mentale del padrone, il quale crede che ogni cosa possa essere comprata in moneta sonante, purché si abbiano abbastanza soldi. Che cosa si dovrebbe rispondere a Minzolini? Si dovrebbe rispondere che il suo assunto non è tollerabile da nessun cittadino onesto, che l’Italia non è in vendita, che gli italiani non vogliono e non possono essere comprati né a poco né a tanto prezzo. E che se nostro malgrado l’Italia vale poco, il merito è in gran parte del suo padrone e dei suoi scagnozzi, quindi anche suo. Nessuno però, temo, avrà il coraggio di dirglielo. Anche perché forse non è vero, forse in realtà agli italiani importa ben poco se il padrone cambia o rimane lo stesso.

Non è tutto qui, naturalmente. Minzolini è, se possibile, ancora più spudorato di Ferrara. Se sia il segno (auspicabile) di una totale mancanza di argomenti alternativi validi, o se sia invece la prova che questi servi si sentono talmente sicuri di sé da ritenere che si possa presentare apertamente alla gente il mondo alla rovescia senza che questi neppure se ne accorgano e protestino, non ci è dato saperlo. Sta di fatto che l’augusto soldatino si avventura in un parallelo tra due momenti della nostra Repubblica. Uno è quello odierno, l’altro è la fine della prima Repubblica segnata dallo scandalo di Tangentopoli, che ha portato all’ingresso in politica di Berlusconi. Il confronto è disarmante: così come Berlusconi ha comprato (e qui si può intendere il senso letterale del termine) a poco prezzo un Paese in svendita dopo il ciclone politico delle tangenti, così altri oggi vorrebbero fare lo stesso approfittando della crisi e della debolezza di un Governo che non è in grado di affrontarla: “Paradossalmente c’è una folla di emuli del Cavaliere che vogliono sostituirlo”. Che cosa ci sia di paradossale nel fatto che i personaggi in cerca di autore, emuli di un Cavaliere anch’esso evidentemente in cerca di autore, vogliano prendere il suo posto davvero non si riesce a capire.

Segue nutrito elenco di antagonisti del padrone variamente denigrati, tra cui spicca un Romano Prodi che aspirerebbe nientemeno che al Quirinale (non che gli interessi davvero, è chiaro, lo farebbe semplicemente per dispetto). Ma è solo arrivando alle ultime righe che si comprende il vero scopo del soldatino. Per far cadere Berlusconi non basta, a suo dire, neppure una congiura: “Spesso la storia non si ripete. Nel ’94 la gente ne aveva le tasche piene delle tangenti (le stesse di cui si parla per il Pd di Penati) che sono ben altra cosa rispetto ai presunti festini di Arcore”. Qui si raggiunge finalmente l’apice della disonestà, qui si cela un inganno che evidentemente ha la sua efficacia, visto che tanti, anche fra i detrattori di Berlusconi, ci cascano quotidianamente. Il messaggio è chiaro: le tangenti sono una cosa grave, andare a troie, soprattutto per un Premier paladino dei valori cattolici, è un peccato veniale. Anzi, per qualunque nonno col fard dovrebbe essere considerato piuttosto una debolezza, un piccolo vizio innocente.

Il punto è che non è quello il problema dell’Italia, non è per quello che stiamo affondando. Il problema è che un riccone pieno di guai giudiziari e finanziari ha comprato a poco prezzo un Paese per poter depenalizzare o prescrivere i suoi reati personali e poter favorire le sue aziende. Il vero problema dell’Italia ha un solo nome, ed è conflitto di interessi: gli interessi del Premier e di pochi suoi amici che confliggono contro gli interessi di tutto il resto del Paese. Ma visto che le escort, per professione, attirano l’attenzione, è nell’interesse di Berlusconi (e quindi di tutti i suoi servi) mettere il più possibile in evidenza quella piccola ciliegina, nella speranza che la gente non noti l’enorme torta che sta sotto e che intanto si stanno mangiando.

TERZA PARTE

Un panorama inquietante (prima parte)

Panorama: Il mondo alla rovescia

Dopo aver parlato per linee generali di marionette e di prostituzione intellettuale, è il momento di entrare nei dettagli. C’è una cosa che –i lettori più attenti lo avranno notato– ho omesso di spiegare: come si riconoscono? Lo illustrerò con degli esempi. Ma devo avvisare che, essendo i prostituti qui rappresentati nell’atto di prostituirsi, la lettura è sconsigliata ai minori e alle persone particolarmente sensibili.

Lo spunto per questo articolo nasce dal ritrovamento casuale sul sedile di un mezzo pubblico di una copia del settimanale Panorama, per la precisione l’edizione del 19 ottobre 2011. L’istinto iniziale di gettare lo spregevole fascicolo nella raccolta della carta straccia è stato superato dal balenare improvviso di un’idea: conservarlo per l’edificazione delle generazione future, che quasi certamente stenteranno a credere che tutto ciò che i bisnonni racconteranno sia accaduto davvero.

Approcciare un simile reperto senza pregiudizi è indubbiamente difficile. Basta sfogliare le prime pagine per trovare, in rapidissima sequenza, i nomi (e in molti casi anche le sagome a colori) di Giorgio Mulè, Giuliano Ferrara, Augusto Minzolini, Bruno Vespa. Basterebbe già questo a indisporre anche il lettore più benevolo. Ma più avanti, aristocraticamente separato dalla marmaglia, fa la sua apparizione anche Vittorio Feltri, chiudendo indegnamente la raccapricciante cinquina e stroncando anche gli stomaci più forti.

Anche senza essere prevenuti, che un inganno si annidi tra le righe e che quindi la rivista non meriti di essere considerata attendibile lo si capisce da una semplice e superficiale constatazione: in copertina campeggia una ieratica raffigurazione di Steve Jobs, ma all’interno non si parla affatto di Steve Jobs. La copertina è solo uno specchio per allodole. Quali siano i veri contenuti lo scopriremo tra pochissimo.

Marionetta numero uno, il direttore che firma l’editoriale è forse fra tutti l’esempio più lampante di prostituzione intellettuale. Il padrone ordina di delegittimare la magistratura? Lui obbedisce, testa bassa, senza il minimo tentativo di mascherare le malevole intenzioni. La tecnica applicata dal direttore è ispirata al seguente sordido principio: quando vuoi far passare come normale o addirittura lodevole tutto ciò che è abnorme e intollerabile, specularmente devi sforzarti di far passare come abnorme e intollerabile ciò che è ordinario o meritorio.

Leggiamo quindi a pagina 21: “La giustizia italiana è ormai una «Corrida»”, “Magistratura, addio credibilità”, “dilettanti allo sbaraglio”. Come vengono argomentate queste affermazioni? Citando quattro “casi clamorosi” che dovrebbero addirittura, nelle intenzioni dello scrivente, dimostrarle.

Il primo “caso” è l’assoluzione in appello per due imputati dell’omicidio Kercher. Mulè ipotizza addirittura che si possa lodare il coraggio della corte, quindi fin qui tutto bene. In effetti se la sentenza di appello fosse sempre uguale a quella di primo grado, non servirebbe neppure fare l’appello. Che cosa c’è che non va allora? Ecco che il sagace editorialista gioca la sua carta sottoponendo al lettore una domanda apparentemente insulsa (dimenticando tra l’altro di concluderla con il punto interrogativo): “Come la mettiamo se il giorno successivo il presidente della corte afferma: «Questa è la verità processuale, non quella reale. Che può essere diversa. Certamente Rudy sa quello che è accaduto e non l’ha detto. Forse lo sanno anche i due imputati, ma a noi non risulta»”. Fine del primo caso: Mulè non risponde e non spiega il senso della domanda. Questa sarebbe forse, secondo la marionetta, una dimostrazione lampante del fatto che i dilettanti allo sbaraglio della corrida della giustizia italiana hanno perso ogni credibilità. In realtà è difficile immaginare una dichiarazione più onesta di quella citata: la verità giuridica del processo è che non ci sono elementi per condannare gli imputati; che cosa sia successo davvero, se chi sa non parla, non lo potremo mai sapere. Ma i disonesti non sopportano l’onestà, e come Adim Er trasformano in sterco tutto l’oro che toccano.

Seguono cenni sui casi Scazzi, Tarantini, via D’Amelio, tutti accomunati dal fatto che diversi organi con diverse competenze (tribunali, procure, cassazione) esprimono pareri difformi tra loro. Lungi dall’essere un sintomo di degenerazione, questa constatazione rappresenta invece una conferma dell’indipendenza e dell’autonomia di quei magistrati che svolgono il loro mandato interpretando e applicando leggi e procedure alla luce della loro coscienza personale senza farsi influenzare dai giudizi altrui. Ma i servi, abituati a pensare all’unisono i pensieri di un’unica persona, evidentemente non possono comprendere che questa libertà sia un valore, e la denigrano.

Niente di meglio dunque per delegittimare la magistratura? Possibile che sia tutto qui, che non si trovi qualche caso più gustoso per soddisfare le brame del padrone? Non proprio: al direttore sarebbe bastato sfogliare le bozze del suo stesso giornale per trovare un esempio adattissimo allo scopo. A pag. 100 infatti si parla di un giudice corrotto. Che cosa può umiliare la certezza del diritto, pilastro del nostro vivere civile (sono parole di Mulè) più di un giudice corrotto? Più di una deviazione dolosa della regolare attività forense? Peccato che in quell’articolo l’attenzione sia posta su un altro aspetto, molto più tecnico: se cioè la sentenza viziata da corruzione sia da considerarsi in ogni caso nulla, come se non fosse mai esistita, o se sia necessario alla parte lesa, per ottenere una rettifica, presentare formale domanda di revoca. Ecco il cerchio che si chiude: mentre i magistrati che fanno il loro lavoro con onestà (talvolta anche commettendo errori, ovviamente, come tutti i mortali) sono additati come dilettanti incapaci, ciò che dovrebbe essere una deprecabile eccezione (la corruzione di un magistrato) passa in secondo piano, non suscita alcuna rimostranza, è considerata una cosa normale che può accadere a chiunque. Ecco servito il mondo alla rovescia.

Può non essere inutile aggiungere che il giudice di cui si parla è stato corrotto da un amico di Silvio Berlusconi con piena consapevolezza del mercimonio da parte del Cavaliere, e che questi si è salvato solo grazie ad una generosa concessione di attenuanti generiche che lo hanno accompagnato verso la prescrizione del reato. Ecco perché questo non è stato proposto come “caso clamoroso” nell’editoriale. Se qualche lettore benevolo ed ingenuo aveva ancora dubbi sulla cattiva fede del servo Mulè, ora sono dissolti. La qualifica di prostituto intellettuale è certificata.

SECONDA PARTE